domenica 29 gennaio 2012

I sogni

Stavo fumando al solito tavolino. Il solito locale. La notte sembrava troppo lunga per essere vissuta tutta. Davanti a me una porta a vetri che dava sul cortile. Il buio penetrava nelle ossa. La fioca luce della lampada verde. Il fumo della sigaretta scendeva lentamente per la gola, ed io mi guardavo attorno. Il locale era come sempre deserto. Il rumore proveniva da fuori. La gente festeggiava, fuori. Io no. Io rimanevo seduto al mio tavolino, come ogni maledetta sera prima di quella, a fumare.
Un rumore di passi scosse la calma atmosfera della sala. Non feci in tempo a girarmi. Qualcuno posò le sue mani sulle mie spalle. La luce si fece più intensa. Brillò di un guizzo improvviso e si spense. Quel tocco leggero, quel soffio di vita. La sigaretta scivolò dalla mia bocca. Mi voltai. Il suo sorriso mi corse incontro e sbarrò i miei occhi. Lei non vide. Non lo seppe mai.
"E’ proprio vero. Lascia al prossimo la facoltà di vedere ciò che non vedi tu"
Si fermò d’improvviso. Non avrei dovuto vederla. Ancora si ricordava di me. Abbozzò un ciao e si mise a tossire. Non ci fu il bisogno che la invitassi a sedere davanti a me. Lo fece da sola. Si avviò alla sedia alla parte opposta del tavolo e la scostò per prendere posto.
"Chi non muore si rivede. Come te la passi?”
Non sapevo cosa risponderle. La sincerità non era un mio pregio. Men che meno la spontaneità. Lei continuava a squadrarmi, il volto corrucciato.
“Cosa vorresti che ti rispondessi?”
"Che hai sete. Vado a prendere da bere”
Lei era davvero davanti a me. I suoi capelli si muovevano lentamente, mentre camminava. I suoi fianchi tracciavano una linea sinuosa nell'aria. Solo in quel momento mi rendevo davvero conto di quanto mi fosse mancata. Tentai di richiudermi in me stesso, accendendomi un'altra sigaretta, estraniandomi da quel silenzio che era oramai divenuto un continuo ronzio, un insensato fischio nelle orecchie che mi assillava intasandomi la mente. Lei. E mentre rimuginavo del passato, era tornata con un bicchiere e si era nuovamente seduta al tavolo. Speravo che la sigaretta mi potesse stordire di più. I nostri sguardi continuavano ad incrociarsi. Nessuno parlava.
Solo il silenzio aveva azzardato il primo passo nel discorso fra di noi.
"Usciamo?" le avevo chiesto.
Mi aveva guardato e senza dire nulla si era avviata all'uscita, aspettandomi sullo stipite della porta. La raggiunsi dopo aver spento la sigaretta. Lentamente. Non avevo fretta di farmi travolgere da un passato scomodo. Il tempo per tornare a subissare i miei desideri per favorire i suoi era ancora da venire.
La notte inghiottì i nostri volti. Non ci guardavamo, ma lei stringeva il mio braccio. Avvertivo il suo sorriso, caldo. Io rimanevo impassibile. La sua presenza quasi m’infastidiva. Perché di nuovo qui? Perché di nuovo me? Non avevo smesso di pensare a lei nemmeno per un istante negli ultimi anni. Aveva riempito i miei sogni, aveva ridotto le mie speranze a vani balbettii, aveva massacrato i miei desideri con il suo egoismo. Ma qualcosa in me si era riacceso. Qualcosa in me aveva ripreso a battere.
Tutta la notte. Avevamo passato tutta la notte a camminare. Senza parlarci. Senza guardarci. Lei stringeva il mio braccio e io non ci
facevo caso. La mattina passeggiavamo ancora. Il cielo era nuvoloso. Mi stava abbracciando. Il ponte su cui andavamo era un terrazzo sul nulla. La nebbia inghiottiva il paesaggio. Ma da lontano si scorgeva un giardino. Un giardino immenso.
"Fermiamoci" mi aveva detto.
L'assecondai. Avrei avuto motivo di non farlo. Eppure lo feci. Lo spiazzo era immenso, e lei non mollava il mio braccio. Era intirizzito dal freddo e dalla sua presa. Avrei voluto che lo mollasse, ma non gliel’avrei mai chiesto. Non volevo perdere il contatto. Sapevo che perderla mi avrebbe di nuovo catapultato nella realtà. Sapevo che in quel momento la realtà mi avrebbe ucciso. Non desideravo altro che lei. Ci sedemmo sulla panchina. Iniziavo ad avere paura. Avevo freddo. Si strinse più forte e chiese:
"Cosa sono io per te?"
"Sei talmente importante che per te darei la vita"
Non volevo dirlo. Non l’avevo detto. No. Forse l’avevo solo pensato. Non era possibile che … I suoi occhi si spalancarono. Si girarono a scrutare il vuoto. Poi presi io la parola, e azzardai senza che potessi controllare la mia lingua:
"Ed io per te?"

Un suono lacerò la stanza. Alzai lo sguardo e mi strinsi al petto il lenzuolo. Tastai il letto. Linda si era già alzata.

domenica 15 gennaio 2012

Fuori


Fuori. Il mondo urlava, correva.
Fuori. Una ragazza col volto fra le mani fredde e i capelli raccolti in un cappellino di lana, si disperava con un ragazzo distratto.
Fuori. Due bambini giocavano a pallone. 
Raccolse lo zaino e uscì a correre. Era inverno. Tuta pesante, berretto, scarpe da ginnastica.
Passo, passo, passo. C’è chi ride, da una finestra ch dà sulla cucina. 
Passo, passo, passo. I riflessi della luce di un televisore dipingono strani giochi di luce sulle pareti. 
Passo. Passo. Il cuore batte forte, nessun pensiero: pure immagini.
Era una bella giornata. Il sole a picco, le mani strette ai guanti, il vapore che fluisce languido dalle narici.
Vorrei una cioccolata calda
Passo, passo, passo.
Basterebbe un caffè.
Qualche figura poco definita lo superò, correndo un po’ più forte di lui. Riconobbe qualche volto noto. Nessuna voglia di salutare. Il parco, il laghetto: il ponte di legno su di esso. Tutto quanto spudoratamente immutato. Nulla può cambiare in una vita monotona, in un cuore che vive di ricordi rinsecchiti, che ancora non cadono a pezzi per delle ragnatele polverose. I ragni stessi che le hanno intesse sono morti. E lui sopravviveva, sperando in un’eco futura del passato. L’unico modo per farlo è non
pensare… o pensare troppo. Il cervello è una spietata macchina di morte in mano ad un uomo abbandonato a se stesso. O sei preda o predatore: ma si può predare se stessi senza morire? Lui non voleva morire.
Morire? Ma cosa diavolo sto dicendo?
Aveva ancora molto a cui pensare, prima. 
Passo, passo, passo. Le immagini …
Passo, passo, passo. … si tramutano …
Passo, passo, passo. … in pensieri.
Ti prego, lasciami correre in pace! 
Correva in balia di se stesso. Non c’è un’altra via, quando si è soli: o vinci, o sei spacciato. E’ sufficiente conoscersi, per vincere … inutile aggiungere altro.
Oddio, non pensare. Guarda avanti, e vedi di correre
Non credeva in dio. Né in un profeta, né in alcun miracolo. Solo, senza profeti che potessero narrargli la verità, e senza miracoli che potessero confermargliela. Cosa avrebbe fatto, una volta smesso di correre? Acceso la TV? Stappato una birra? Poi? Cosa si sarebbe inventato nel dormiveglia, per non pensare? Quali spudorate menzogne si sarebbe raccontato?
Oddio, oddio … mi stapperò una birra e mi addormenterò con la TV accesa. O un libro … sì! Un libro dovrebbe andare bene
Passo, passo, passo.
Ora pensa a correre
Per non parlare poi di lei …
Non di nuovo
… l’unico pensiero di cui in nessun modo riusciva a liberarsi. Passava serate intere con il cellulare in mano, aspettando, dopo aver formulato banali messaggi che recitavano qualcosa del tipo:
“Come stai?”
“Ehilà! Come va? Ci sei domani a lavoro?”
“Cia carissima. Ti va una colazione insieme domani, prima di lavoro? Offro io!”
Incredibile come ci si possa detestare dopo aver immortalato sullo schermo di un cellulare certe cose. Incredibile
Passo. Passo. Passo … rallentava. Si fermò, a pochi metri da casa. Il cuore batteva a mille: aveva corso come un povero disgraziato per scacciare quei maledetti pensieri. Ma il cervello lavorava frenetico.
Lei … lei … aziona le gambe … regolarizza il respiro … lei … più ossigeno ai muscoli delle … lei … lei … LEI!
Passo. Passo. Passo.
Entrò in casa. Doccia, rovistò qualcosa dalla credenza. Cellulare.
“Ciao. Hai passato un buon weekend? Ci vediamo domani a lavoro”
Birra, TV, libro sul tavolino. Tutto era pronto per la lotta. 
Canale, canale, canale. Nulla.
Canale, canale, canale. Nulla di nulla.
Sorso. Libro.
Maledetto me
Scagliò via il libro.
Che me ne importa? Che me ne importa, diavolo? Che ci sto a fare qui?
Lo ripeteva ogni sera. E ogni sera non riusciva a decidersi …
Sono un codardo …
… e scoppiava a piangere come un bimbo. 
Lacrima, lacrima, lacrime. 
Domani magari
Lacrima, lacrima, lacrime. No, domani non andrà meglio. Era difficile cercare nel desiderio di morire lo stimolo per andare avanti, creare con la propria codardia una maschera sorridente per le poche pietose persone che ancora lo salutavano, a lavoro. Avrebbe potuto licenziarsi e darsi all’alcolismo. Gli piaceva la birra … e aveva anche un po’ di soldi da parte.  Avrebbe potuto ubriacarsi ogni sera per nascondersi al mondo … sì, avrebbe potuto.
Era stata una bella giornata, dopotutto. 

sabato 14 gennaio 2012

La dipendenza

Quando ero giovane mi dicevo: "Ehi amico, questo un giorno ti ucciderà!". Ma proprio in quanto giovane, solevo non darmi troppo ascolto. Ci ridevo su, e tornavo a sbrigare i miei affari, senza, forse, darmi troppa pena. Vagavo in cerca di pazzie, di qualche sporadico eccesso; non ero felice, ma le mie poche passioni - la matematica, la poesia, mi tenevano in piedi, in qualche modo.
Fu proprio il mio vagare, in effetti, ad annientarmi. Senza cercare, senza sforzarmi, un giorno, tutte le risposte a cui per molto tempo avaveo disperatamente anelato mi aggredirono. Rimasi spiazzato: a terra, bocconi, non potei reagire. Da solo, in un modo che conoscevo a malapena, altro non avevo da respirare se non la gelida brezza invernale. Fra tutte quelle risposte, non sapevo che cosa scegliere: dunque non scelsi. Lasciai che fossero loro a decidere per me ... fu la mia ignavia a condurmi alla dipendenza. Fu la mia impotenza a condurmi alla pazzia. 
Più cercavo di tenere a freno la mia mente, più essa correva, indispettita dalla mia debole resistenza. Avevo paura: ma non riuscii a fermarla. E mai la mia poesia aveva assunto toni tanto lirici. Era un elisir: sapevo di non poterne più fare a meno. Riuscivo ad aggrapparmi ad un pensiero e a corrergli di fianco, osservandolo frantumarsi nelle note tristi della solitudine. 
Sì, ero solo. Ma diavolo, nulla poteva importarmi di meno: chiunque avrebbe letto la mia situazione con troppa superficialità. Mi avrebbero detto:
"Possiamo aiutarti"
"Non farti del male!"
"Hai bisogno di una mano"
NO! NO! Non avevo bisogno di nient'altro. Possedevo una forza che mai prima avaveo avuto l'occasione di maneggiare con tanta sicurezza. La penna scorreva senza opporsi, e riuscivo a riempire fogli su fogli, senza che una goccia di sudore cadesse dalla mia fronte. Uccidersi è ispirarsi. Eccome se è vero!
Di lacrime, però, ne scesero a dismisura, e i muscoli, di tanto in tanto, erano costretti a cedere sotto il peso della disperazione. Non esisteva via d'uscita, se non quella. Anzi: di modi di fuggire ne avrei avuti, se solo i miei occhi allucionati avessero avuto il coraggio di guardare al di là di me stesso.
Ma, a testa bassa, tenevo gli occhi chiusi, continuando a sognare, perdendo contatto con la realtà. Leggevo poesie tristi, morte, scarti indegni della maestosa genialità, e mi corrompevo per ispirarmi: poi, rapidamente, mi purificavo, ricongiungendomi, per brevissimi attimi, con la fonte del mio male. 
Non ricordo di aver mai pianto lacrime più amare di quelle che la mia dipendenza mi fece versare: ma il loro mischiarsi con la saliva donava loro un sapore tanto zuccherino da farmi uscire matto! Quanto amavo quelle lacrime: mi abbeveravo alla fonte dei miei stessi occhi, che si consumavano man mano, insieme alle mie guance rigate di pianto. Ma un maledetto giorno, le lacrime cessarono di sgorgare. Impazzii. Uscii di testa. Ne avevo bisogno! L'agitazione cresceva. Presi a calci qualsiasi cosa mi capitò a tiro. 
Avevo commesso un errore ... avevo confessato la mia dipendenza. La mia atroce dipendenza. E non fui capito. Nessuno - LO SAPEVO, MALEDETTO ME!, poteva capirmi. Figurarsi ... chi mai si è nutrito di pianto per dare di che cibarsi ad un'anima affamata? Dannazione ... e le lacrime finirono così. Con una confessione.Con l'avanzare dei giorni, la cosa divenne tutt'altro che un sollievo. Perennemente tempestato di domande e giudizi:
"E' vero?"
"Mai me lo sarei aspettato, davvero"
"Perchè non me ne hai parlato?"
Maledetto ... la penna raschiava con la carta. Avevo bisogno di scrivere ancora. Di qualcosa. Ma la mia dipendenza era stata come sconsacrata da quella confessione. La parole erano diventate maledettamente banali ... al diavolo Rimbaud! Al diavolo Epicuro! Non mi era avanzato nulla da dire ... poesia dopo poesia, le parole si susseguivano l'una uguale all'altra. 
L'estasi era finita, ma il dolore no.
La mia dannazione era diventata insostenibile! Non era rimasto nulla da raccogliere dal campo dei miei desideri, se non la cessazione, in qualunque forma essa si presentasse. E più mi immergevo nella corruzione del mio corpo e del mio intelletto, più il desideriod i smetterla pesava sulla mia testa ... ma era divenuto impossibile.
Decisi, così, di morire. Ma mi mancò il coraggio.
Decisi, così, di dimenticare. Per qualche ragione, credetti fosse possibile. La dipendenza non scompare cercando di rinnegarla.
Che gioco meschino...
Che scherzo infame, l'amore.

domenica 25 dicembre 2011

Il tempo

E' troppo pretendere la simmetria del tempo. Che le nostre azioni
presenti non siano influenzate da quelle future. Ma se
concepiamo il tempo, è giusto che le percezioni si accavallino in
un turbinio di falsa comprensione.
In cosa possiamo sperare se non nell'intervento obliante del nulla?
Creare speranza per generare distruzione è la via dell'altruismo.
Ma scomporre l'altrui felicità per generarne altra è utopia.
Chiudersi in sè stessi apre la via della cecità al fato del prossimo.
E il prossimo sarà cieco al nostro. Autodifesa. Nascere e morire.
Unici obblighi nel segmento della vita. Due capi a cui appigliarsi
senza speranza. Nascere per morire. Non vengono menzionati
ulteriori scopi. E la fonte del dolore rimane interna a noi. Logora
lentamente procurandone sempre di fresco.
E il tempo? Dove agisce in tutto questo? Genera distorsioni nella
percezione del dolore. Gli dà un inizio. Pura formalità. Il
principio è un inganno. Non abbiamo mai smesso e mai
abbiamo cominciato di soffrire. C'è chi sa. E chi non saprà mai.
Beato colui che ignora. Ignora il dolore e con esso il tempo
attraverso la sua incoscienza. E gode dell'infelicità altrui, lui che
non la conosce.
Godereccio e fradicio di vino. Lurido usurpatore di ciò che tutti
meritano. T'inginocchi a me perchè hai paura di ciò che porto in
mano. E non ti vergogni dell'orgoglio gettato in pasto ai ricordi
lontani. Morirai per ciò che fai. Morirai per mano mia. Tu che
godi della felicità, e io che annego nel dolore a causa tua.
Trema, e che tu sia maledetto. Ora siedi. Ho da parlarti. Non
guardare il pavimento ma me. Ti squadro e non vedo dignità nei
tuoi occhi cisposi. Ti squadro e non vedo i tuoi occhi. Due fori
lacrimanti. Chiedi pietà? Ne avrai. Rivolgiti al tuo Dio e ne avrai.
Ma non da me.
Non fingere di capire le mie ragioni. Non annuire se non capisci,
sudicio animale. Quando avrò finito la tua testa non avrà più
motivo di muoversi se non per rotolare a terra. Non guardarmi a
quel modo, diavolo! Parliamo. D'accordo, l'appoggio qui. Tu
siedi e stammi a sentire. Francamente non mi è rimasto molto da
dirti, amico mio. La vita è di una brevità sconcertante. E in quanto
breve è giusto valutare ogni passo, ogni parola, per evitare di
accorciarla ulteriormente. E sai che ti dico? Fraintenderai ciò che
sto per dirti, ma mi piaci. Sì, mi piaci diamine. Tu hai sempre
scelto le parole giuste. Sorridi bruto cane, ti sto facendo un
complimento. Molto meglio adesso. Dicevo, tu hai sempre scelto
le parole giuste, i passi giusti, sempre. Ma come potevi aspettarti
di ... scusami se rido. Come potevi aspettarti di fuggire da me?
Quando si inciampa nella mia rete non se ne esce nella stessa
direzione da cui si è entrati. Tu hai preteso da me. Mi hai
derubato della mia vita. Mi hai inzuppato della tua cinica
immoralità. E adesso devi pagare. Vuoi vederne il risultato? Lo
senti, lo percepisci nell'aria. Il macabro odore dell'oblio di due
anime maledettamente innocenti. Ma il tuo cestino ha fatto posto
a molte cose, oltre che alla tua dignità. Compassione. E' un
termine con cui non hai mai avuto a che fare. Nemmeno io. Te ne
darò dimostrazione.
Prendi la pistola, cane. Prendila, forza! C'è una sola maledetta
pallottola lì dentro. O io, o tu. Nessuna delle due vite ha più
significato. A meno che la vita non sia diversa da come la
conosciamo e da come ci hanno abituati a conoscerla. Un gioco
meschino. Chi muore per primo perde. L'ultimo a morire perde in
ogni caso. Spazza via ogni riflessione.
Il tempo scorre. E il tempo aumenta la tua incapacità di
comprendere ciò che sarà. Vedo il tuo sudore. Vedo le tue
lacrime colare lungo il tuo sudicio profilo. Non mentirmi. Sei felice
di sbarazzarti delle tua vita. Ma ammetterlo allo scorrere del
tempo è difficile. E le lancette non ti danno tregua. Ritmo. C'è un
ritmo nel tempo che non puoi comprendere. E se lo comprendi
neghi. Neghi. E' troppo per un umano. Neghi. Fraintendi. E la
tua mano suda sul grilletto teso. Sento il cilindro cigolare. I tuoi
occhi si chiudono nell'ultimo spasmo vitale. Clic.
L'hai avuta vinta. Dalla a me. Stai sperando, non è vero? Speri
che tutto si concluda qui. Il mio sangue sul tappeto, e la tua
sporca vita salva e priva di rimorso. Goditi l'istante.
Clic.
Tieni. Riprova. Stai sudando. Non negarlo a te stesso. Stai
cedendo. I tuoi nervi collasseranno. Il tempo pretende il conto. Ed
è salato.

E' stato rinvenuto nella sua casa del Tennessee il cadavere di
Richard Colton, che, dopo aver massacrato a coltellate moglie e
figlia si è tolto la vita sparandosi con un Revolver sotto il mento.
Gli inquirenti non conoscono ancora la causa del massacro, ma
sembra che l'uomo avesse maturato dei gravissimi debiti con uno
strozzino newyorkese, il quale gli avrebbe intimato di saldarli
entro pochi giorni dal decesso.
Le indagini comunque sono ancora agli inizi e si pensa ...





Qui sotto trovate il pezzo recitato da me al "Festival Studentesco" di Bolzano, nel 2010.

L'amicizia

Siccome il blog vuole essere, oltre che una sorta di diario, una raccolta
di storie, eccovene una.

Insomma, ero il suo migliore amico!! Meritavo almeno un po' di
considerazione diamine. Eppure niente. Non mi guardava più. Mi
squadrava con fare sospetto, manco mi degnava di un saluto, e
scappava via, come se fossi stato causa del peggior dramma
della sua vita. D'accordo, l'avevo fatta grossa. E allora? Gli amici
non si perdonano a vicenda? Non sono sempre presenti nel
momento del bisogno? Lui no. Lui mi aveva abbandonato. E
quella volta sapevo che sarebbe stato per sempre. Ma non volevo
arrendermi. Non mi sembrava giusto rovinare un amicizia così
importante per una ragazza. A dirla tutta, poi, non era nemmeno
solo colpa mia. L'idea me l'aveva dato quello squilibrato del suo
collega con la cicatrice sulla bocca. Mi aveva detto: sì, fallo dai!!
Non se ne accorgerà nemmeno, tanto è scemo. Ma non che non
se la prende dai!! Muoviti e fallo su.
E io l'ho fatto. Ma mi dovete capire. Non l'ho fatto per fargli del
male. Volevo solo scherzare un po'. E lui invece se l'è presa a
morte, è scoppiato a piangere. Se l'è presa a morte con me,
neanche con quello sgorbio con la cicatrice. Insomma, dai
ragazzi. Ero arrabbiato. Io non volevo se le prendesse tanto. E
allora per qualche giorno non ci siamo parlati. Non ci siamo
neppure guardati. Sono stato io a tornare da lui. Io capite? Io,
che sono la vera vittima di tutta questa vicenda. Sono entrato
nella sua maledetta casa, solo per parlargli un momento, per
cercare di chiarire la questione, per cercare di darci un taglio e
tornare amici. Dai ragazzi, non si tiene il broncio ad un amico
per una stupidaggine simile. Ho provato ad aggiustare tutto con
delle scuse. Scuse sincere, dopotutto. Anche se, ripeto, la vittima
qui, diamine, sono io!! E lui cos'ha fatto? Lui cos'ha fatto?! MI ha
mandato fuori a calci!! Capite? Mi ha spedito fuori a calci! E'
pazzesco... allora gli ho urlato addosso che non poteva farmi una
cosa del genere. Eravamo sempre stat amici, e non c'era motivo
per rompere tutto. Io gli volevo bene. E' stata colpa di quello con
la cicatrice gli ho urlato. E poi ho mentito: io non ho fatto nulla,
ha fatto tutto lui. L'idea è stata mia, ma ha agito lui. Ho mentito
sì... ma cos'altro avrei potuto fare? Prendermi la responsabilità
delle mie azioni? Mi voleva mandare via, mi voleva dimenticare.
Come avrei fatto senza di lui? Sì... insomma... io gli volevo bene,
ragazzi. Eravamo migliori amici.
Lui mi ha guardato. I suoi occhi erano... erano iniettati di sangue.
L'idea è stata tua? mi ha urlato. Come hai detto? L'idea è stata
tua? No... no... ho detto... E' corso verso la cucina. E' tornato con
un coltello in mano. Vattene o ti ammazzo. Vattene o ti ammazzo.
No, diamine. Fermo con quell'affare ti prego. Vattene. Fermo, ti
scongiuro.
Non mi ascoltava. Poi ha affondato il coltello... mi ha mancato. Io
gliel'ho preso di mano... e l'ho colpito. Ma non è stata colpa mia,
diamine. E' stato lui. Lui ha preso il coltello. Ha iniziato a urlare.
Io gliel'ho conficcato ancora... e ancora... e ancora. Fino a
quando il suo urlo non è scomparso. L'ho lasciato cadere a terra.
E tutto questo perchè? Per uno stupido scherzo, dai ragazzi. Non
era successo niente di grave. O almeno... di grave non sarebbe
successo niente se non si fosse di mezzo la sua ragazza. Ma
questa è un'altra storia. Quella troietta si è girata nel momento
sbagliato, mi ha visto. Io l'ho provata a zittire. Ma lei ha urlato.
Allora l'ho colpita. L'ho colpita alla testa, per farla tacere. Ma
diamine, se lei non si fosse messa in mezzo non sarebbe successo
niente.
Era solo uno scherzo, diamine. Io... io... eravamo migliori amici,
diamine.

Treno pre-Natale. Meno poetico che mai.

La donna seduta davanti a me ha l'aria di essere una bacchettona. Gli occhiali tenuti bassi sul naso, occhi verdi. Un sorrisetto a mezza bocca inciso col veleno. Legge un giornale tedesco, e il guardaroba non ne tradisce la natura: gonna lunga di lana, borsetta nera piuttosto consunta. Maglioncino a collo alto e una sciarpa.
Siamo fermi a Bolzano. Aspetto che il treno si riempia di gente per ripartire. Sul sedile a sinistra si siede una bella ragazza.. Occhi verdi, capelli ricci castani con riflessi biondi. Un bel portamento, e una borsa in finta pelle. Ha uno sguardo molto intenso.
Mi scorre accanto molta gente in cerca di un posto a sedere. E oggi mi sento meno poetico che mai. La situazione, d'altronde, non aiuta. Una ragazza con un bel viso e una vanitosa bacchettona con quell'aria fastidiosa da so-tutto-io. Un anno fa mi sarebbe bastato molto meno per scrivere qualcosa di vagamente ascoltabile.
La prima pagina del "Tiroler Tageszeitung" recita:"Olympische Feuer in Tirol". Ecco la notizia più importante secondo il quotidiano tedesco locale. Un uomo con un orrendo cappellino giallo che si porta dietro la fiaccola olimpica salutato da un gruppo di vecchietti in giacca blu. E con questo, la ragazza riccia si alza, seguita a ruota dalla bacchettona carica di borse e borsette pesantemente ricche di regali, lasciandosi dietro una gradevole scia di profumo. Si aggiungono un paio di donne con lo sguardo stanco dallo sfrenato shopping prenatalizio. Mi guardano male, come se dovessi a tutti i costi alzarmi per far posto alla loro amica che aspetta in piedi. Ma ho da fare. Forse stasera qualcosa da dire mi verrà in mente. Quindi è bene che non smetta assolutamente di scrivere.  Mi guardano male davvero. Mi indicano con la testa e con sorrisi beffardi. Mi importa poco. Lo scrivo per il solo gusto di commentare la situazione. La loro amica ha trovato un posto. Buon per lei. Borse della Loacker e maglioni di lana. Turiste, presumibilmente, all'assalto dei mercatini per i soliti succulenti souvenir di pessimo gusto da riciclare al prossimo Natale. Ogni anno la stessa storia: treni intasati, strade intasate, alberghi intasati, città intasate. Vite intasate. Qualcuno cerca un po' di vita dietro ad un vin brulè ai banchetti di legno dei mercatini, qualcuno nasconde le proprie ansie dietro ai regali, tentando di comprare per sè solo quanto è riuscito a comperare per gli altri.. Tanto per sentirsi in pace con la propria morale. Così anche la gente che vive lungo la strada è un po' più felice a Natale, che tanto qualche spicciolo in più arriva, anche se forse non vale il freddo da patire. Siamo tutti più buoni, ultimamente.. Evitiamo di epitetare donne come bacchettone solo per l'abbigliamento per i giornali che leggono. Evitiamo di sfruttare con lo sguardo le ragazze che ci attraggono. Ci alziamo per cedere il sedile ad una donna rigonfia di borse. Ci alziamo alla svelta per far posto ad una vecchietta su un autobus: "Suvvia signora. Faccia un sorriso: è Natale!".
Non è mai esistito un Natale meno poetico. Mai ho atteso tanto come quest'anno che tutto finisca in fretta e che gennaio si affacci rapido alla porta. Con la neve. Con i sorrisi. Con le discese sulle slitte da farsi male per davvero, senza che a nessuno importasse qualcosa. Ho davvero troppe cose in testa che meriterebbero di essere scordate quest'anno.
Mi guardo un po' intorno.. Davanti a me un ragazzo .. O una ragazza? Non riesco a capirlo. Pantaloni marroni, All Star del tutto non invernali ai piedi e un volto triste che invoca la pietà degli sguardi.
A sinistra, la sorella di una mia vecchia compagnia di elementari. È splendida. Lineamenti dolci, occhi azzurri, e capelli d'oro a cascata sulle spalle. Ogni tanto si gira a guardarmi. Un sorriso celato, chiude gli occhi e si volta.
Non la conosco. Neppure lei mi conosce. Ma sono certo che mi abbia visto altre volte, così come l'ho vista io.
E oggi, più che mai, mi sono stufato di odiare le persone. Non perchè è Natale, o perchè c'è una forte richiesta del mercato che invoca un generale "volemose bbene" che va a giovare alle casse con i loro "ting". Oggi ho realizzato che non fa bene. Che dopo aver combattuto contro il corrodersi della mia identità, davvero non vale la pena di continuare a trascinarsi con sè le proprie paure e le ingiustizie subite. A volte bisogna dimenticare. E siccome l'anno si appresta a finire, sarà meglio non mancare al famelico ticchettio. Perchè così come l'orologio si è appena mosso un minuto in avanti, così tornerà a farlo fra circa un minuto. E questo è sintomo del fatto che se ci fermiamo, probabilmente i minuti passati quando torneremo a pensare di muoverci ancora saranno troppi perchè ci torni la voglia di camminare. D'altronde, al tempo, di chi siamo e di che cosa facciamo noi, non frega proprio un cazzo.