domenica 29 gennaio 2012

I sogni

Stavo fumando al solito tavolino. Il solito locale. La notte sembrava troppo lunga per essere vissuta tutta. Davanti a me una porta a vetri che dava sul cortile. Il buio penetrava nelle ossa. La fioca luce della lampada verde. Il fumo della sigaretta scendeva lentamente per la gola, ed io mi guardavo attorno. Il locale era come sempre deserto. Il rumore proveniva da fuori. La gente festeggiava, fuori. Io no. Io rimanevo seduto al mio tavolino, come ogni maledetta sera prima di quella, a fumare.
Un rumore di passi scosse la calma atmosfera della sala. Non feci in tempo a girarmi. Qualcuno posò le sue mani sulle mie spalle. La luce si fece più intensa. Brillò di un guizzo improvviso e si spense. Quel tocco leggero, quel soffio di vita. La sigaretta scivolò dalla mia bocca. Mi voltai. Il suo sorriso mi corse incontro e sbarrò i miei occhi. Lei non vide. Non lo seppe mai.
"E’ proprio vero. Lascia al prossimo la facoltà di vedere ciò che non vedi tu"
Si fermò d’improvviso. Non avrei dovuto vederla. Ancora si ricordava di me. Abbozzò un ciao e si mise a tossire. Non ci fu il bisogno che la invitassi a sedere davanti a me. Lo fece da sola. Si avviò alla sedia alla parte opposta del tavolo e la scostò per prendere posto.
"Chi non muore si rivede. Come te la passi?”
Non sapevo cosa risponderle. La sincerità non era un mio pregio. Men che meno la spontaneità. Lei continuava a squadrarmi, il volto corrucciato.
“Cosa vorresti che ti rispondessi?”
"Che hai sete. Vado a prendere da bere”
Lei era davvero davanti a me. I suoi capelli si muovevano lentamente, mentre camminava. I suoi fianchi tracciavano una linea sinuosa nell'aria. Solo in quel momento mi rendevo davvero conto di quanto mi fosse mancata. Tentai di richiudermi in me stesso, accendendomi un'altra sigaretta, estraniandomi da quel silenzio che era oramai divenuto un continuo ronzio, un insensato fischio nelle orecchie che mi assillava intasandomi la mente. Lei. E mentre rimuginavo del passato, era tornata con un bicchiere e si era nuovamente seduta al tavolo. Speravo che la sigaretta mi potesse stordire di più. I nostri sguardi continuavano ad incrociarsi. Nessuno parlava.
Solo il silenzio aveva azzardato il primo passo nel discorso fra di noi.
"Usciamo?" le avevo chiesto.
Mi aveva guardato e senza dire nulla si era avviata all'uscita, aspettandomi sullo stipite della porta. La raggiunsi dopo aver spento la sigaretta. Lentamente. Non avevo fretta di farmi travolgere da un passato scomodo. Il tempo per tornare a subissare i miei desideri per favorire i suoi era ancora da venire.
La notte inghiottì i nostri volti. Non ci guardavamo, ma lei stringeva il mio braccio. Avvertivo il suo sorriso, caldo. Io rimanevo impassibile. La sua presenza quasi m’infastidiva. Perché di nuovo qui? Perché di nuovo me? Non avevo smesso di pensare a lei nemmeno per un istante negli ultimi anni. Aveva riempito i miei sogni, aveva ridotto le mie speranze a vani balbettii, aveva massacrato i miei desideri con il suo egoismo. Ma qualcosa in me si era riacceso. Qualcosa in me aveva ripreso a battere.
Tutta la notte. Avevamo passato tutta la notte a camminare. Senza parlarci. Senza guardarci. Lei stringeva il mio braccio e io non ci
facevo caso. La mattina passeggiavamo ancora. Il cielo era nuvoloso. Mi stava abbracciando. Il ponte su cui andavamo era un terrazzo sul nulla. La nebbia inghiottiva il paesaggio. Ma da lontano si scorgeva un giardino. Un giardino immenso.
"Fermiamoci" mi aveva detto.
L'assecondai. Avrei avuto motivo di non farlo. Eppure lo feci. Lo spiazzo era immenso, e lei non mollava il mio braccio. Era intirizzito dal freddo e dalla sua presa. Avrei voluto che lo mollasse, ma non gliel’avrei mai chiesto. Non volevo perdere il contatto. Sapevo che perderla mi avrebbe di nuovo catapultato nella realtà. Sapevo che in quel momento la realtà mi avrebbe ucciso. Non desideravo altro che lei. Ci sedemmo sulla panchina. Iniziavo ad avere paura. Avevo freddo. Si strinse più forte e chiese:
"Cosa sono io per te?"
"Sei talmente importante che per te darei la vita"
Non volevo dirlo. Non l’avevo detto. No. Forse l’avevo solo pensato. Non era possibile che … I suoi occhi si spalancarono. Si girarono a scrutare il vuoto. Poi presi io la parola, e azzardai senza che potessi controllare la mia lingua:
"Ed io per te?"

Un suono lacerò la stanza. Alzai lo sguardo e mi strinsi al petto il lenzuolo. Tastai il letto. Linda si era già alzata.

domenica 15 gennaio 2012

Fuori


Fuori. Il mondo urlava, correva.
Fuori. Una ragazza col volto fra le mani fredde e i capelli raccolti in un cappellino di lana, si disperava con un ragazzo distratto.
Fuori. Due bambini giocavano a pallone. 
Raccolse lo zaino e uscì a correre. Era inverno. Tuta pesante, berretto, scarpe da ginnastica.
Passo, passo, passo. C’è chi ride, da una finestra ch dà sulla cucina. 
Passo, passo, passo. I riflessi della luce di un televisore dipingono strani giochi di luce sulle pareti. 
Passo. Passo. Il cuore batte forte, nessun pensiero: pure immagini.
Era una bella giornata. Il sole a picco, le mani strette ai guanti, il vapore che fluisce languido dalle narici.
Vorrei una cioccolata calda
Passo, passo, passo.
Basterebbe un caffè.
Qualche figura poco definita lo superò, correndo un po’ più forte di lui. Riconobbe qualche volto noto. Nessuna voglia di salutare. Il parco, il laghetto: il ponte di legno su di esso. Tutto quanto spudoratamente immutato. Nulla può cambiare in una vita monotona, in un cuore che vive di ricordi rinsecchiti, che ancora non cadono a pezzi per delle ragnatele polverose. I ragni stessi che le hanno intesse sono morti. E lui sopravviveva, sperando in un’eco futura del passato. L’unico modo per farlo è non
pensare… o pensare troppo. Il cervello è una spietata macchina di morte in mano ad un uomo abbandonato a se stesso. O sei preda o predatore: ma si può predare se stessi senza morire? Lui non voleva morire.
Morire? Ma cosa diavolo sto dicendo?
Aveva ancora molto a cui pensare, prima. 
Passo, passo, passo. Le immagini …
Passo, passo, passo. … si tramutano …
Passo, passo, passo. … in pensieri.
Ti prego, lasciami correre in pace! 
Correva in balia di se stesso. Non c’è un’altra via, quando si è soli: o vinci, o sei spacciato. E’ sufficiente conoscersi, per vincere … inutile aggiungere altro.
Oddio, non pensare. Guarda avanti, e vedi di correre
Non credeva in dio. Né in un profeta, né in alcun miracolo. Solo, senza profeti che potessero narrargli la verità, e senza miracoli che potessero confermargliela. Cosa avrebbe fatto, una volta smesso di correre? Acceso la TV? Stappato una birra? Poi? Cosa si sarebbe inventato nel dormiveglia, per non pensare? Quali spudorate menzogne si sarebbe raccontato?
Oddio, oddio … mi stapperò una birra e mi addormenterò con la TV accesa. O un libro … sì! Un libro dovrebbe andare bene
Passo, passo, passo.
Ora pensa a correre
Per non parlare poi di lei …
Non di nuovo
… l’unico pensiero di cui in nessun modo riusciva a liberarsi. Passava serate intere con il cellulare in mano, aspettando, dopo aver formulato banali messaggi che recitavano qualcosa del tipo:
“Come stai?”
“Ehilà! Come va? Ci sei domani a lavoro?”
“Cia carissima. Ti va una colazione insieme domani, prima di lavoro? Offro io!”
Incredibile come ci si possa detestare dopo aver immortalato sullo schermo di un cellulare certe cose. Incredibile
Passo. Passo. Passo … rallentava. Si fermò, a pochi metri da casa. Il cuore batteva a mille: aveva corso come un povero disgraziato per scacciare quei maledetti pensieri. Ma il cervello lavorava frenetico.
Lei … lei … aziona le gambe … regolarizza il respiro … lei … più ossigeno ai muscoli delle … lei … lei … LEI!
Passo. Passo. Passo.
Entrò in casa. Doccia, rovistò qualcosa dalla credenza. Cellulare.
“Ciao. Hai passato un buon weekend? Ci vediamo domani a lavoro”
Birra, TV, libro sul tavolino. Tutto era pronto per la lotta. 
Canale, canale, canale. Nulla.
Canale, canale, canale. Nulla di nulla.
Sorso. Libro.
Maledetto me
Scagliò via il libro.
Che me ne importa? Che me ne importa, diavolo? Che ci sto a fare qui?
Lo ripeteva ogni sera. E ogni sera non riusciva a decidersi …
Sono un codardo …
… e scoppiava a piangere come un bimbo. 
Lacrima, lacrima, lacrime. 
Domani magari
Lacrima, lacrima, lacrime. No, domani non andrà meglio. Era difficile cercare nel desiderio di morire lo stimolo per andare avanti, creare con la propria codardia una maschera sorridente per le poche pietose persone che ancora lo salutavano, a lavoro. Avrebbe potuto licenziarsi e darsi all’alcolismo. Gli piaceva la birra … e aveva anche un po’ di soldi da parte.  Avrebbe potuto ubriacarsi ogni sera per nascondersi al mondo … sì, avrebbe potuto.
Era stata una bella giornata, dopotutto. 

sabato 14 gennaio 2012

La dipendenza

Quando ero giovane mi dicevo: "Ehi amico, questo un giorno ti ucciderà!". Ma proprio in quanto giovane, solevo non darmi troppo ascolto. Ci ridevo su, e tornavo a sbrigare i miei affari, senza, forse, darmi troppa pena. Vagavo in cerca di pazzie, di qualche sporadico eccesso; non ero felice, ma le mie poche passioni - la matematica, la poesia, mi tenevano in piedi, in qualche modo.
Fu proprio il mio vagare, in effetti, ad annientarmi. Senza cercare, senza sforzarmi, un giorno, tutte le risposte a cui per molto tempo avaveo disperatamente anelato mi aggredirono. Rimasi spiazzato: a terra, bocconi, non potei reagire. Da solo, in un modo che conoscevo a malapena, altro non avevo da respirare se non la gelida brezza invernale. Fra tutte quelle risposte, non sapevo che cosa scegliere: dunque non scelsi. Lasciai che fossero loro a decidere per me ... fu la mia ignavia a condurmi alla dipendenza. Fu la mia impotenza a condurmi alla pazzia. 
Più cercavo di tenere a freno la mia mente, più essa correva, indispettita dalla mia debole resistenza. Avevo paura: ma non riuscii a fermarla. E mai la mia poesia aveva assunto toni tanto lirici. Era un elisir: sapevo di non poterne più fare a meno. Riuscivo ad aggrapparmi ad un pensiero e a corrergli di fianco, osservandolo frantumarsi nelle note tristi della solitudine. 
Sì, ero solo. Ma diavolo, nulla poteva importarmi di meno: chiunque avrebbe letto la mia situazione con troppa superficialità. Mi avrebbero detto:
"Possiamo aiutarti"
"Non farti del male!"
"Hai bisogno di una mano"
NO! NO! Non avevo bisogno di nient'altro. Possedevo una forza che mai prima avaveo avuto l'occasione di maneggiare con tanta sicurezza. La penna scorreva senza opporsi, e riuscivo a riempire fogli su fogli, senza che una goccia di sudore cadesse dalla mia fronte. Uccidersi è ispirarsi. Eccome se è vero!
Di lacrime, però, ne scesero a dismisura, e i muscoli, di tanto in tanto, erano costretti a cedere sotto il peso della disperazione. Non esisteva via d'uscita, se non quella. Anzi: di modi di fuggire ne avrei avuti, se solo i miei occhi allucionati avessero avuto il coraggio di guardare al di là di me stesso.
Ma, a testa bassa, tenevo gli occhi chiusi, continuando a sognare, perdendo contatto con la realtà. Leggevo poesie tristi, morte, scarti indegni della maestosa genialità, e mi corrompevo per ispirarmi: poi, rapidamente, mi purificavo, ricongiungendomi, per brevissimi attimi, con la fonte del mio male. 
Non ricordo di aver mai pianto lacrime più amare di quelle che la mia dipendenza mi fece versare: ma il loro mischiarsi con la saliva donava loro un sapore tanto zuccherino da farmi uscire matto! Quanto amavo quelle lacrime: mi abbeveravo alla fonte dei miei stessi occhi, che si consumavano man mano, insieme alle mie guance rigate di pianto. Ma un maledetto giorno, le lacrime cessarono di sgorgare. Impazzii. Uscii di testa. Ne avevo bisogno! L'agitazione cresceva. Presi a calci qualsiasi cosa mi capitò a tiro. 
Avevo commesso un errore ... avevo confessato la mia dipendenza. La mia atroce dipendenza. E non fui capito. Nessuno - LO SAPEVO, MALEDETTO ME!, poteva capirmi. Figurarsi ... chi mai si è nutrito di pianto per dare di che cibarsi ad un'anima affamata? Dannazione ... e le lacrime finirono così. Con una confessione.Con l'avanzare dei giorni, la cosa divenne tutt'altro che un sollievo. Perennemente tempestato di domande e giudizi:
"E' vero?"
"Mai me lo sarei aspettato, davvero"
"Perchè non me ne hai parlato?"
Maledetto ... la penna raschiava con la carta. Avevo bisogno di scrivere ancora. Di qualcosa. Ma la mia dipendenza era stata come sconsacrata da quella confessione. La parole erano diventate maledettamente banali ... al diavolo Rimbaud! Al diavolo Epicuro! Non mi era avanzato nulla da dire ... poesia dopo poesia, le parole si susseguivano l'una uguale all'altra. 
L'estasi era finita, ma il dolore no.
La mia dannazione era diventata insostenibile! Non era rimasto nulla da raccogliere dal campo dei miei desideri, se non la cessazione, in qualunque forma essa si presentasse. E più mi immergevo nella corruzione del mio corpo e del mio intelletto, più il desideriod i smetterla pesava sulla mia testa ... ma era divenuto impossibile.
Decisi, così, di morire. Ma mi mancò il coraggio.
Decisi, così, di dimenticare. Per qualche ragione, credetti fosse possibile. La dipendenza non scompare cercando di rinnegarla.
Che gioco meschino...
Che scherzo infame, l'amore.