Stavo fumando al solito tavolino. Il solito locale. La notte sembrava troppo lunga per essere vissuta tutta. Davanti a me una porta a vetri che dava sul cortile. Il buio penetrava nelle ossa. La fioca luce della lampada verde. Il fumo della sigaretta scendeva lentamente per la gola, ed io mi guardavo attorno. Il locale era come sempre deserto. Il rumore proveniva da fuori. La gente festeggiava, fuori. Io no. Io rimanevo seduto al mio tavolino, come ogni maledetta sera prima di quella, a fumare.
Un rumore di passi scosse la calma atmosfera della sala. Non feci in tempo a girarmi. Qualcuno posò le sue mani sulle mie spalle. La luce si fece più intensa. Brillò di un guizzo improvviso e si spense. Quel tocco leggero, quel soffio di vita. La sigaretta scivolò dalla mia bocca. Mi voltai. Il suo sorriso mi corse incontro e sbarrò i miei occhi. Lei non vide. Non lo seppe mai.
"E’ proprio vero. Lascia al prossimo la facoltà di vedere ciò che non vedi tu"
Si fermò d’improvviso. Non avrei dovuto vederla. Ancora si ricordava di me. Abbozzò un ciao e si mise a tossire. Non ci fu il bisogno che la invitassi a sedere davanti a me. Lo fece da sola. Si avviò alla sedia alla parte opposta del tavolo e la scostò per prendere posto.
"Chi non muore si rivede. Come te la passi?”
Non sapevo cosa risponderle. La sincerità non era un mio pregio. Men che meno la spontaneità. Lei continuava a squadrarmi, il volto corrucciato.
“Cosa vorresti che ti rispondessi?”
"Che hai sete. Vado a prendere da bere”
Lei era davvero davanti a me. I suoi capelli si muovevano lentamente, mentre camminava. I suoi fianchi tracciavano una linea sinuosa nell'aria. Solo in quel momento mi rendevo davvero conto di quanto mi fosse mancata. Tentai di richiudermi in me stesso, accendendomi un'altra sigaretta, estraniandomi da quel silenzio che era oramai divenuto un continuo ronzio, un insensato fischio nelle orecchie che mi assillava intasandomi la mente. Lei. E mentre rimuginavo del passato, era tornata con un bicchiere e si era nuovamente seduta al tavolo. Speravo che la sigaretta mi potesse stordire di più. I nostri sguardi continuavano ad incrociarsi. Nessuno parlava.
Solo il silenzio aveva azzardato il primo passo nel discorso fra di noi.
"Usciamo?" le avevo chiesto.
Mi aveva guardato e senza dire nulla si era avviata all'uscita, aspettandomi sullo stipite della porta. La raggiunsi dopo aver spento la sigaretta. Lentamente. Non avevo fretta di farmi travolgere da un passato scomodo. Il tempo per tornare a subissare i miei desideri per favorire i suoi era ancora da venire.
La notte inghiottì i nostri volti. Non ci guardavamo, ma lei stringeva il mio braccio. Avvertivo il suo sorriso, caldo. Io rimanevo impassibile. La sua presenza quasi m’infastidiva. Perché di nuovo qui? Perché di nuovo me? Non avevo smesso di pensare a lei nemmeno per un istante negli ultimi anni. Aveva riempito i miei sogni, aveva ridotto le mie speranze a vani balbettii, aveva massacrato i miei desideri con il suo egoismo. Ma qualcosa in me si era riacceso. Qualcosa in me aveva ripreso a battere.
Tutta la notte. Avevamo passato tutta la notte a camminare. Senza parlarci. Senza guardarci. Lei stringeva il mio braccio e io non ci
facevo caso. La mattina passeggiavamo ancora. Il cielo era nuvoloso. Mi stava abbracciando. Il ponte su cui andavamo era un terrazzo sul nulla. La nebbia inghiottiva il paesaggio. Ma da lontano si scorgeva un giardino. Un giardino immenso.
"Fermiamoci" mi aveva detto.
L'assecondai. Avrei avuto motivo di non farlo. Eppure lo feci. Lo spiazzo era immenso, e lei non mollava il mio braccio. Era intirizzito dal freddo e dalla sua presa. Avrei voluto che lo mollasse, ma non gliel’avrei mai chiesto. Non volevo perdere il contatto. Sapevo che perderla mi avrebbe di nuovo catapultato nella realtà. Sapevo che in quel momento la realtà mi avrebbe ucciso. Non desideravo altro che lei. Ci sedemmo sulla panchina. Iniziavo ad avere paura. Avevo freddo. Si strinse più forte e chiese:
"Cosa sono io per te?"
"Sei talmente importante che per te darei la vita"
Non volevo dirlo. Non l’avevo detto. No. Forse l’avevo solo pensato. Non era possibile che … I suoi occhi si spalancarono. Si girarono a scrutare il vuoto. Poi presi io la parola, e azzardai senza che potessi controllare la mia lingua:
"Ed io per te?"
Un suono lacerò la stanza. Alzai lo sguardo e mi strinsi al petto il lenzuolo. Tastai il letto. Linda si era già alzata.
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