Quando ero giovane mi dicevo: "Ehi amico, questo un giorno ti ucciderà!". Ma proprio in quanto giovane, solevo non darmi troppo ascolto. Ci ridevo su, e tornavo a sbrigare i miei affari, senza, forse, darmi troppa pena. Vagavo in cerca di pazzie, di qualche sporadico eccesso; non ero felice, ma le mie poche passioni - la matematica, la poesia, mi tenevano in piedi, in qualche modo.
Fu proprio il mio vagare, in effetti, ad annientarmi. Senza cercare, senza sforzarmi, un giorno, tutte le risposte a cui per molto tempo avaveo disperatamente anelato mi aggredirono. Rimasi spiazzato: a terra, bocconi, non potei reagire. Da solo, in un modo che conoscevo a malapena, altro non avevo da respirare se non la gelida brezza invernale. Fra tutte quelle risposte, non sapevo che cosa scegliere: dunque non scelsi. Lasciai che fossero loro a decidere per me ... fu la mia ignavia a condurmi alla dipendenza. Fu la mia impotenza a condurmi alla pazzia.
Più cercavo di tenere a freno la mia mente, più essa correva, indispettita dalla mia debole resistenza. Avevo paura: ma non riuscii a fermarla. E mai la mia poesia aveva assunto toni tanto lirici. Era un elisir: sapevo di non poterne più fare a meno. Riuscivo ad aggrapparmi ad un pensiero e a corrergli di fianco, osservandolo frantumarsi nelle note tristi della solitudine.
Sì, ero solo. Ma diavolo, nulla poteva importarmi di meno: chiunque avrebbe letto la mia situazione con troppa superficialità. Mi avrebbero detto:
"Possiamo aiutarti"
"Non farti del male!"
"Hai bisogno di una mano"
NO! NO! Non avevo bisogno di nient'altro. Possedevo una forza che mai prima avaveo avuto l'occasione di maneggiare con tanta sicurezza. La penna scorreva senza opporsi, e riuscivo a riempire fogli su fogli, senza che una goccia di sudore cadesse dalla mia fronte. Uccidersi è ispirarsi. Eccome se è vero!
Di lacrime, però, ne scesero a dismisura, e i muscoli, di tanto in tanto, erano costretti a cedere sotto il peso della disperazione. Non esisteva via d'uscita, se non quella. Anzi: di modi di fuggire ne avrei avuti, se solo i miei occhi allucionati avessero avuto il coraggio di guardare al di là di me stesso.
Ma, a testa bassa, tenevo gli occhi chiusi, continuando a sognare, perdendo contatto con la realtà. Leggevo poesie tristi, morte, scarti indegni della maestosa genialità, e mi corrompevo per ispirarmi: poi, rapidamente, mi purificavo, ricongiungendomi, per brevissimi attimi, con la fonte del mio male.
Non ricordo di aver mai pianto lacrime più amare di quelle che la mia dipendenza mi fece versare: ma il loro mischiarsi con la saliva donava loro un sapore tanto zuccherino da farmi uscire matto! Quanto amavo quelle lacrime: mi abbeveravo alla fonte dei miei stessi occhi, che si consumavano man mano, insieme alle mie guance rigate di pianto. Ma un maledetto giorno, le lacrime cessarono di sgorgare. Impazzii. Uscii di testa. Ne avevo bisogno! L'agitazione cresceva. Presi a calci qualsiasi cosa mi capitò a tiro.
Avevo commesso un errore ... avevo confessato la mia dipendenza. La mia atroce dipendenza. E non fui capito. Nessuno - LO SAPEVO, MALEDETTO ME!, poteva capirmi. Figurarsi ... chi mai si è nutrito di pianto per dare di che cibarsi ad un'anima affamata? Dannazione ... e le lacrime finirono così. Con una confessione.Con l'avanzare dei giorni, la cosa divenne tutt'altro che un sollievo. Perennemente tempestato di domande e giudizi:
"E' vero?"
"Mai me lo sarei aspettato, davvero"
"Perchè non me ne hai parlato?"
Maledetto ... la penna raschiava con la carta. Avevo bisogno di scrivere ancora. Di qualcosa. Ma la mia dipendenza era stata come sconsacrata da quella confessione. La parole erano diventate maledettamente banali ... al diavolo Rimbaud! Al diavolo Epicuro! Non mi era avanzato nulla da dire ... poesia dopo poesia, le parole si susseguivano l'una uguale all'altra.
L'estasi era finita, ma il dolore no.
La mia dannazione era diventata insostenibile! Non era rimasto nulla da raccogliere dal campo dei miei desideri, se non la cessazione, in qualunque forma essa si presentasse. E più mi immergevo nella corruzione del mio corpo e del mio intelletto, più il desideriod i smetterla pesava sulla mia testa ... ma era divenuto impossibile.
Decisi, così, di morire. Ma mi mancò il coraggio.
Decisi, così, di dimenticare. Per qualche ragione, credetti fosse possibile. La dipendenza non scompare cercando di rinnegarla.
Che gioco meschino...
Che scherzo infame, l'amore.
Nessun commento:
Posta un commento