venerdì 23 dicembre 2011

Le mie mattine



Oggi ho realizzato un mucchio di cose. Ho realizzato che sul lungo termine sono destinato a diventare noioso. Ho realizzato che ogni mattina rappresenta per me solo e soltanto l’eterna sfida contro i miei pregiudizi sulle persone che detesto per posizione presa. Ho realizzato che la sveglia mi odia, ed è l’unico strumento ancora in grado di mettermi di fronte ai miei pensieri.
La notte ha smesso di portarmi consiglio già da un po’ … Ho smesso di farmi consigliare dalle persone per quanto riguarda la mia vita. E dunque non mi resta altro da vivere se non la certezza di avere un disperato bisogno di una spalla su cui piangere un poco e reggermi mentre cammino. La solitudine non è poi così divertente.  Le solite frasi a tormentarmi, i soliti ricordi che vengono a disturbarmi mentre cerco di sognare un paio di belle gambe e un bacio al chiaro di Luna. Forse la mia vita è veramente tutta qui … è possibile? Sto accumulando un colossale ammontare di noia e frustrazione che inizia prepotentemente a farsi sentire costringendomi a trascinarlo lungo la mia strada. Mi piacerebbe non essere noioso… mi piacerebbe avere fascino, essere bello, al posto di rimanere sdraiato a letto la sera a fingere poesie distratte scritte su un computer bianco e graffiato. Che poi alla fine non le legge nessuno. Qualche apprezzamento, sì, da gente che mi ha voltato le spalle e che guardo negli occhi con rancore alla mattina. Che le mie mattine sono diventate questo ormai: “Mirko, hai capito come mai mi sei antipatico?” che voleva suonare come un buon consiglio, un giusto rimprovero propinato al tavolo della mensa, e invece non ci si scambia nemmeno più un misero “ciao” – e forse è meglio così; “Hai agito con una malizia a cattiveria che non credevo tue” che voleva essere necessariamente un invito a giustificarsi rispetto a certi comportamenti, e ora ho addirittura paura a cercare il suo sguardo perché potrei farle del male. Ecco le mie mattine straordinarie, passate a raccattare un posto su un autobus, cercando un paio di sguardi simpatici; gli occhi delle ragazza mora con i capelli corti e la giacca grigia con il collo con il pelo (che ora in inverno è diventata un piumino blu con il cappuccio) che per dispetto sale sempre dalle porte centrali senza darlo a vedere mentre la divoro con lo sguardo; la solita musica sul cellulare e il volume alto che tiene lontani i discorsi ottusi e le aspettative; Mirko che sale a piazza San Rocco e lo fulmino con lo sguardo come se ne fossi allergico; le persone che si accalcano per salire, mentre me ne sto beatamente seduto con il volume alto che mi stupra i timpani ormai malridotti … ma tanto alla musica non importa delle mie orecchie. Bicchieri su bicchieri di caffè scadente comprato da delle macchinette automatiche, 45c a botta. Un’iniezione di caffeina ad ogni sorsata. E ne bevo tanto. Troppo. Fino a quando non sento il cuore battere forte e la testa che fa male, che sragiona e perde la concentrazione per la minima distrazione. In prima fila, con l’astuccio il bicchiere del caffè vuoto con la schiumetta marrone sul fondo e la bottiglia d’acqua già mezza vuota e Maddalena che si siede e mi saluta. E’ carina. Ha uno sguardo dolce e degli occhi stupendi. Seduto lontano dagli altri perché non voglio essere disturbato. Seduto lontano dagli altri perché voglio concentrarmi ma non troppo. Mi lascio sfuggire qualche battuta per godermi Maddalena che ride. E lei ride davvero. E’ bella quando lo fa. Poi la pausa di 10 minuti e la mela nello zaino che mi aiuta a stare concentrato e a concentrarmi sulle battute per farla ridere e a pensare a scrivere mentre penso ad altro. Un altro viaggio verso quelle macchinette infernali che desiderano il mio infarto per buttare giù altra caffeina e trasformarla in inchiostro su carta. Quante penne mozzate nei bidoni e speranze. Quanti fogli accatastati e lacrime di sudore. Dietro di me altre persone che scribacchiano e trascrivono inermi lavagnate di concetti, mentre penso e spero che Mara non ce la faccia mai, e che venga barbaramente bocciata ai prossimi esami in modo da non doverla vedere mai più nella mia vita, che mi ha costretto a ripensare a troppe cose di me, a tirare fuori alcuni dei peggiori pensieri che abbia mai pensato. E va bene così perché mi piace farlo. Mi diverto a torturarla con un’ostentata indifferenza, mentre non dice una parola che sia una quando sono presente forse perché si sente a disagio o forse perché non vuole che io senta o forse perché è carica di rancore. Spero vivamente nella terza opzione, anche se non basta. Vorrei di più. Vorrei che mi odiasse tanto da avvelenarsi il sangue, tanto da sparlare di me come io sparlo di lei con tutti i superficiali che mi capitano a tiro e che vorrei mi istruissero sulla loro arte. Ma le mie mattine non mi lasciano il tempo di respirare. Non mi lasciano il tempo di sparlare abbastanza, di parlare abbastanza e di dimenticare abbastanza. Non mi concedono istanti a sufficienza per guardare gli occhi di Maddalena, per cercare ancora una volta di salutare senza un motivo decente la ragazza mora con i capelli corti, per leggere il giornale insieme a Marco e uscire di casa e fare colazione al bar con il macchiato e la brioche, senza sigaretta e scroccando una gomma, passando l’abbonamento vicino all’obliteratrice in attesa dalla luce verde e del “pling”, guardandomi intorno come un forsennato sperando di scorgere un bel volto o degli occhi lucidi di donna a cui sorridere beatamente, con lo sguardo fisso e la bocca aperta, in adorazione. Poi le solite fermate, e le parrucchiere delle professionali che cercano di scendere dal bus affollato con i soliti scocciati “Permesso” e “Posso passare?”. “Ma certo che puoi passare… credi che te lo voglia impedire? L’unica cosa di cui veramente non mi interessa questa mattina è della tua carriera da parrucchiera frustrata che spazza i capelli da terra e spera che la solita clientela abituale si presenti con la solita frequenza sotto le festività perché è il periodo in cui ci si fa belli per mostrarsi belli con la famiglia cocciuta e genuinamente ignorante!”. E poi i loro accenti trentini che rendono quei bei faccini tanto volgari da urlare.
Oggi ho realizzato un mucchio di cose. Ho realizzato che sul lungo termine sono destinato a diventare noioso. Ho realizzato che ogni mattina rappresenta per me solo e soltanto l’eterna sfida contro i miei pregiudizi sulle persone che detesto per posizione presa. Ho realizzato che la sveglia mi odia, ed è l’unico strumento ancora in grado di mettermi di fronte ai miei pensieri. Ho realizzato che ci sono troppe mattine in un anno perché io possa sopportarle tutte. 

2 commenti:

  1. ciao, io sono andrea torresani e sono tuo amico su fb, complimenti per l'articolo, veramente bello e che mi rappresenta in certi punti.

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  2. Mi fa molto dispiacere leggere certe cose saimon, alcune sicuramente le avevo intuite, altre mi hanno lasciato di stucco, veramente. Ma come ti permetti di parlare male di una persona con cui ti vergogni a discutere, con la quale non vuoi confrontarti, è un gesto da vero codardo. E' un gesto insopportabile e subdolo, da bambino che vuol mettere all'angolo il coetaneo perchè antipatico. Veramente, te lo dico in tutta sincerità, il tuo gesto è di estrema immaturità.
    Non me l'aspettavo, sono rimasto letteralmente senza parole quando ho letto certe cose.

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